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di
Antonio Carlo Ponti
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“Il
silenzio è la mia parola”, sembra voler dire con Bloy4 la pittrice. O
meglio, il silenzio dipinto.
Pittrice che centellina, che soppesa col saggiatore (sarà la laurea in
farmacia) le sue tele, che si direbbe con metodo omeopatico – ossia a
piccole dosi – costruisce le stazioni del viaggio celeste da lei
iniziato (iniziatico?) attraverso i riti (e i miti) delle grandi
tradizioni spirituali del globo – tuttora presenti, esistenti e con
milioni di credenti, di fedeli. Viaggio insopprimibile, irredimibile nel
tempo vivendi. Viaggio che è anche tesa quadreria di episodi, sure,
preghiere, raccoglimenti eremitici, dentro il vero silenzio, perché
l’assenza “di rumore non è silenzio. È soltanto assenza di rumore5” e “il
silenzio è la grande rivelazione6”.
È così che il mirabile e ardito percorso della pittrice perugina, umbra,
attraverso il sacro delle grandi tradizioni spirituali del mondo approda
– come una nave che ha solcato molti mari perigliosi – all’isola felice
dell’immateriale. Immergendosi subito – appena toccata la battigia –
nella foresta di simboli e di liturgie che sorreggono il tempio (i
templi, i luoghi sacri) della Tradizione, del cammino dove ascetismo,
preghiera muta, divinazione, estasi si fondono. Nel crogiolo
dell’assolutezza, dello stordimento. "Perché dunque parlare. L’anfora
risuona soltanto quand’è vuota. Quando è ricolma, è invece silenziosa7".
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