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Se
consideriamo gli ultimi lavori, ci troviamo di fronte ad una serie di
soggetti, in particolare dei ritratti, che si pongono a superamento
formale di quelli precedenti. Pensiamo a Arabesco di sabbia, 2007, nel
quale il soggetto invade solo una parte del piano spaziale lasciando
l’altra come campo da invadere mentalmente e su cui proiettare la nostra
visione interiore, oppure Sguardi e colori dall’India, 2002, Farfallina,
2007, ecc.: ciò che emerge è il senso di una pittura che nel coniugare
tempo e spazio non predispone a pensare ad alcuna categoria tale da
permettere di interpretare il costante divenire dei fenomeni.
L’insistenza enfatica della “vitalità del silenzio”, che trova piena
consonanza nella “vitalità dello spazio”, si scontra con i confini
imposti proprio dal supporto. L’artista supera tale collisione grazie
alla roteazione di linee che, intersecandosi, àncorano il primo piano
con l’orizzonte: da qui la loro inscindibilità (Derviscio danzante,
2008). Dunque si intrecciano due principi spaziali che danno luogo a una
zona d’interferenza delle forze gravitanti: il primo è relativo alla
prospettiva centrale di tipo rinascimentale, con linee che confluiscono
verso un punto dell’orizzonte; il secondo è rappresentato da un
suggestivo canale spaziale che trascina lo sguardo dell’osservatore
verso lo sfondo (Pittrice di icone, 2005). La prospettiva, infatti, se
da una parte fissa in un unico insieme gli elementi posti in primo
piano, dall’altro le proietta in profondità. La grazia protettiva del
campo si allarga in modo di accogliere il colore come forza espressiva
dei rapporti, siano questi costituiti da complementari (Luce del nord,
2003) o da relazioni armonici (Intuizione spirituale, 2002; Senza titolo
(giovane donna bionda), 2006). Si deve a queste dipendenze l’alto grado
espressivo del soggetto, ma anche il suo carattere simbolico.
Altra considerazione che permette di cogliere il senso religioso e
filosofico che si annida nell’opera di Artegiani riguarda il concetto di
arte. Per l’artista l’arte non è solo il “tempio del silenzio”, laddove
è possibile spogliarsi del proprio IO e farsi invadere dallo Spirito, il
luogo della contemplazione, vale a dire della penetrazione estatica di
Dio, dell’Essere Supremo, ma è anche il luogo del “sacro”. L’arte,
infatti, è vista (in base al suo lessico) come un fatto “sacrale”; cioè
è un’arte che tende verso l’infinito e che per tale predisposizione
coniuga due diverse attività dell’uomo: è un’arte che si realizza grazie
ad un’azione “tecnica” (interviene nella realtà trasformandola e
piegandola al pensiero dell’artista), ma è anche una forma di “gioco”,
di piacere interiore. Dunque, da un lato è un’azione che implica
l’utilizzo dell’intelletto e del cuore, dall’altro richiede l’impegno
delle mani, del fare fisico. L’incontro di queste due funzioni determina
la meraviglia del “divertimento” e della creatività, che è incontro
d’amore, frutto della sapienza che proviene dall’Alto. C’è nell’arte,
perciò, una dimensione che riguarda sia la creatività che la felicità,
la quale dimensione non esclude la fatica di scavare sino in fondo, di
penetrare la barriera dell’assoluto, di andare oltre. Conoscendo l’arte
è possibile penetrare all’interno della perfezione e decifrare i suoi
segreti. E’ quanto registra l’artista quando pone la sua opera a oasi di
contemplazione e di riflessione.
Non solo, lasciando fuori della propria vita la convulsione del mondo,
l’artista sembra far propria una visione doppia: quella dell’osservatore
e quella del proprio IO. Il risultato è il rifugio nell’amore, quello
del cuore. Da qui l’Arte come “centro” e manifestazione intima del bene.
In questo “luogo d’incontro” si sedimenta il bisogno dell’altro, che è
culmine della ricerca spirituale. E’ questo il vero senso di libertà. Si
offre così il ritorno all’origine, che è un uscire dall’angusta fessura
della propria esistenza per farsi invadere dalla luce fulgente del sole.
Una luce che avvolge ed incute timore, tuttavia affascina e plasma,
poiché permette di contemplare l’insieme degli “atomi” disseminati nello
spazio.
Perugia, dicembre 2008
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